10 maggio 2018 I nostri articoli

La Scuola della Pace nel quartiere Ca Nuova di Prà – Sergio Casali

Dalle finestre si vede il mare: sull’orizzonte le navi mercantili, alcune gru, le banchine del porto. Ma abbassando lo sguardo, si incontrano il profilo grigio dei palazzi popolari e le discariche a cielo aperto. La sede della Comunità di Sant’Egidio nel quartiere del Cep è un luogo sospeso, tra la bellezza mozzafiato del panorama e la realtà difficile della periferia urbana. E alla fine forse è proprio questa la metafora più efficace della Scuola della Pace di Sant’Egidio, che quest’anno compie cinquant’anni: mettere radici nei luoghi difficili per guardare verso orizzonti nuovi. Nel quartiere Ca Nuova, sulle alture di Prà, la Scuola della Pace esiste da dieci anni, da quando un gruppo di liceali ha iniziato a incontrare i bambini tre o quattro pomeriggi alla settimana, in modo gratuito e volontario. Per Sant’Egidio quello che si è alzato da questa periferia cittadina – poco più di seimila abitanti, il tasso di disoccupazione più alto e il reddito medio più basso della città – è stato un grido silenzioso: «soprattutto, ci hanno interrogato i bambini – spiega Laura Poletti, storica volontaria della Comunità che, quando iniziò l’esperienza della Scuola della Pace era una liceale e studiava allo scientifico Lanfranconi, ai piedi della collina del Cep e ora è impegnata in un dottorato di ricerca in ingegneria ambientale – che sono tanti e spesso soli. La scuola, la parrocchia, le istituzioni faticano ad avere un’efficacia reale e, ora che siamo arrivati alla terza generazione di bambini nati qui, sembra che il luogo di nascita sia diventato uno stigma. I bambini lo dicono con un candore che ti inchioda: “io sono del Cep, dove vuoi che vada nella vita?”». Per questo la sfida raccolta da Sant’Egidio è stata fin da subito quella di investire sui più piccoli: i bambini della scuola primaria, i ragazzi delle medie, da poco i ragazzi che frequentano le scuole superiori. Studio, tanto studio, e poi la creazione paziente di legami con i ragazzi e tra ragazzi («perché a scuola non ti insegnano mica ad essere amico», sorride Laura) con le loro famiglie, tra adulti, tra la gente del quartiere e le istituzioni. L’ingrediente vincente forse sono proprio loro, i volontari: tanti, giovani, fedeli e appassionati. Sono quasi tutti studenti liceali e universitari e provengono soprattutto da queste delegazioni: Arenzano, Voltri, Prà, Pegli, Sestri e già questa è una piccola rivoluzione: ragazzi del Ponente “bene” che salgono nel quartiere “difficile” per eccellenza creando una città meticcia, che diventano educatori affettuosi di questi bambini, che si affezionano alle loro famiglie, che si trasformano in punti di riferimento: «sono muri che si abbattono – spiega ancora Laura – i muri del pregiudizio, delle paure, ma anche i muri dell’impossibile per questi bambini che guardano i loro amici più grandi e iniziano a pensare che anche loro possono studiare, andare al liceo, all’università». E gli occhi le si illuminano quando parla di Ioana, rom romena di dieci anni che è stata sfrattata e ha il padre agli arresti domiciliari, ma studia con passione perché sogna di fare la poliziotta o della giovane Aicha, marocchina cresciuta alla Scuola della Pace: «la seguiamo da dieci anni – spiega – e a settembre sarà la prima giovane del quartiere a frequentare l’università». Il Cep a Genova non è solo un quartiere popolare, ma una zona che “fa paura” e tanta di questa identità è stata assunta come una maschera spavalda, aggregante (e limitante) da molti dei suoi abitanti, in particolare gli adolescenti. Un video musicale realizzato da due giovani artisti molto in voga tra i ragazzi del quartiere e pubblicato nel gennaio 2017 è completamente girato tra i palazzi del quartiere: s’intitola “Beverly Cep” e il ritornello canta un po’ le parole d’ordine dei modelli generazionali «vorrei soldi per sempre, vivere senza sentenze, niente spese legali, solo droghe mortali». Quello della Scuola della Pace è un po’ un modello alternativo per questi ragazzi: non solo un “doposcuola”, ma uno spazio in cui vivere un nuovo senso di identità, non basato su un’idea snaturato di “rispetto”, ma sul senso di appartenenza a una comunità. «Noi – spiega Diarra, una loquace dodicenne senegalese che sottolinea con orgoglio il pronome – siamo convinti che la pace, l’amicizia la solidarietà si possano insegnare a tutti. Nessuno è troppo piccolo per aiutare un altro». E con fierezza mostra la foto di Anna, una novantenne ricoverata in casa di riposo che Diarra va a trovare regolarmente con i suoi amici. I bambini e ragazzi che frequent  ano la Scuola della pace partecipano in prima persone a iniziative di solidarietà: a inizio dicembre il Rigiocattolo, la vendita di giochi usati per raccogliere fondi per le cure ai bambini malati di Aids in Africa, la Marcia per la Pace del primo gennaio, per dire no alla guerra, l’incontro con i rifugiati accolti nella città, per affermare l’importanza dell’amicizia e l’insensatezza della paura. Da questi locali così belli, ricavati all’ultimo piano della scuola del quartiere – che faticava e rischiava di chiudere – la Scuola della Pace dirama una rete di legami e aiuta tanti piccoli. Ma forse, aiuta anche ciascuno di noi a capire con più chiarezza quali sono le priorità della nostra città: periferie, scuola, giovani, contrasto alla povertà. «Partite dalle periferie – ha detto qualche giorno fa papa Francesco – consapevoli che non sono la fine, ma l’inizio delle città». Da questo luogo sospeso tra il cielo e le discariche, pieno di bambini e di giovani che lavorano per renderla migliore, per la prima volta, hai proprio idea di assistere all’inizio di una città nuova.

Sergio Casali  – responsabile della Scuola di Pace al CEP di Prà, gestita dalla Comunità di Sant’Egidio.

Redazione Ge9si

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