2 Ott 2018 I nostri articoli

LO SMONTAGGIO DELLA CITTÀ METROPOLITANA

 

Tornare alle province? Forse no

Franco D’Alfonso – Già consigliere delegato al bilancio della Città Metropolitana di Milano

 

La mia esperienza di diciotto mesi in Città Metropolitana di Milano è stata faticosa, difficile e purtroppo poco produttiva. Ho portato in approvazione ben due bilanci, a detta di tutti una “mission impossible” conclusa pur con un inevitabile ritardo. Ho trovato buone competenze, collaborazione e voglia di lavorare nella struttura interna , un grande spirito di collaborazione in tutte le opposizioni , da Forza Italia alla Lega ai M5 Stelle, tutti impegnati e solidali senza alcuna indulgenza alla propaganda di corto respiro che pure sembra essere la cifra dei partiti nell’eterna campagna elettorale italiana. Posso serenamente affermare che raramente nel nostro panorama politico si realizza una tale convergenza di opportunità positive per il lavoro di un amministratore pubblico.

Quello che non prevedevo, o meglio non prevedevo fosse così rigido e compatto, era il muro di indifferenza e vera e propria volontà di distruzione di una esperienza formalmente nuova ma zavorrata da vincoli passati e presenti della vecchia Provincia mai morta, muro alzato dalla politica centralista romana, dalle vecchie burocrazie di Stato che non hanno mai avuto tanto potere dagli anni del centrismo del dopoguerra e dalle nuove burocrazie della Regione Lombardia, il cui ruolo nello smembramento e nel vero e proprio sabotaggio della nuova istituzione Metropolitana non sarà mai abbastanza sottolineato.

Ho più volte denunciato anche su queste pagine danni e paradossi di una politica centralista e romanocentrica che ha accomunato tutti i governi ( e tutti i partiti) a partire dal Berlusconi-Tremonti di inizio millennio, dalla centralizzazione della Tesoreria all’azzeramento delle risorse autonome, tutti elementi che mi facevano dire che senza un intervento di “riforma” sostanziale l’esperienza sarebbe morta senza lasciare traccia positiva di sé. Nulla di tutto questo è avvenuto e quindi la decisione di lasciare era doverosa.

La Città Metropolitana, che lo si voglia o no, esiste nella realtà sociale ed economica ed il fatto che la politica non riesca a darle un assetto istituzionale dignitoso è una delle ragioni della obsolescenza e della più generale perdita di prestigio delle istituzioni nel nostro paese.

Il fallimento della legge Del Rio, dopo l’esito del referendum del 4 dicembre, è così totale che ove non si riuscisse a varare una nuova legge che dia un assetto completamente nuovo sarebbe necessario ripristinare lo status quo ante di Provincia, almeno per garantire la funzionalità dei servizi base. Sono però sicuro che tale estrema ratio non sia necessaria : pur nelle difficoltà note, l’ente Città Metropolitana ha migliorato costi ed efficienza del 30% , ha messo sotto controllo il debito, ha mantenuto in essere la maggior parte dei servizi e, soprattutto, attraverso piano strategico ed altri studi, ha sviluppato una conoscenza del versante istituzionale complessivo dell’Area Metropolitana che prima non c’era.

Per fare solo un esempio, lo studio condotto con l’Università Bocconi ha messo nero su bianco che la spesa corrente pubblica consolidata di Comuni ed enti della Città Metropolitana è di circa 6 miliardi di euro, di cui circa la metà nel solo Comune di Milano (valori 2016) . Da questo semplice dato scaturiscono due indicazioni fondamentali, che a mio avviso dovrebbero essere alla base di una nuova scelta istituzionale per la Città Metropolitana :

  • la prima è che avere un Comune di Milano con compiti e dimensioni attuali rende semplicemente impossibile lo sviluppo di un Ente sovraordinato di cui rappresenta più del sessanta per cento di qualsiasi parametro ed è destinato a perpetuare se non ad accentuare il conflitto potenziale, già oggi reale in molti casi, fra chi è nei confini daziari ed i Comuni della cintura;
  • La seconda è che le risorse indispensabili per ogni riforma di sistema, dal momento che “a costo zero” sono solo le chiacchiere elettoralistiche, possono venire dalla sola riorganizzazione di competenze e funzioni fra gli enti metropolitani. Una performance che definirei senza esitazioni come “pessima” porterebbe un risparmio dell’1% all’anno per tre anni, vale a dire 60 milioni di euro che diventano 180/200 al terzo anno sulla sola capacità di spesa corrente, una cifra per la quale qualsiasi amministratore locale odierno sarebbe disponibile a sacrificare qualche affetto molto caro.

Da qui si può aprire il dibattito sulle possibili soluzioni adottabili : quello che io prediligo resta il “SuperComune” metropolitano che gestisce e razionalizza gestione ambiente, trasporti, servizi urbani , vendita totale o parziale di alcuni asset per finanziare ristrutturazione, revisione sistema tariffe e tanto altro, lasciando al livello comunale e delle municipalità milanese le funzioni di gestione diretta del territorio, a partire dalle manutenzioni . Sono del parere di mantenere anche la dizione “Comune metropolitano” per ridurre la distanza anche simbolica dai cittadini abituati sin dal Rinascimento ad avere a che fare con il Comune “amico” e lo “Stato” impero dedito all’imposizione fiscale per il piacere di una Corte lontana…

Tenendo conto dell’attuale prevalenza nel Governo centrale di soggetti politici che andrebbero in difficoltà a negare spazi di autonomia ai territori ed una nuova disponibilità pro-attiva che si registra nei due azionisti di maggioranza della Città Metropolitana, il Comune di Milano e la Regione, può essere proprio questo il momento per un ultimo tentativo di nascita dell’istituzione metropolitana, ovvero per decidere di dimenticarsene in maniera definitiva.

Un primo passo può essere rappresentato dall’uso del tavolo di trattativa sull’autonomia ex art 117 Costituzione messo in piedi da Regione Lombardia o da una legge speciale che attribuisca alla città metropolitana di Milano il ruolo di luogo della riforma della PA, attraverso la possibilità di procedere ad accorpamenti, revisioni, riallocazioni di funzioni e personale.

Ma la vera domanda resta se esiste una consapevolezza ed una volontà politica diffusa sulla necessità di una istituzione Città Metropolitana. Per quanto mi riguarda, la mia risposta l’ho data con le dimissioni, ma spero che altri con entusiasmo più fresco riescano laddove fino ad ora si è fallito.

Redazione Ge9si

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