10 Maggio 2018 Senza categoria

Molto poveri, molto ricchi – Cristina Marconi

Dopo Brexit e l’incendio alla Grenfell Tower, il tema della disuguaglianza è tornato al centro della politica britannica.

Basta guardare la città: nei vuoti lasciati dalle bombe tedesche nella seconda guerra mondiale sono sorte case popolari, e non conta che siano a Chelsea o in periferia, a Londra più ancora che nel resto del paese i poveri e i ricchi vivono molto spesso fianco a fianco. Molto poveri, molto ricchi. Tanto non ci si mischia, le vite scorrono separate anche quando si incrociano ogni giorno per strada e la capacità britannica di mantenere, più che tetti, pareti di cristallo è fortissima, inossidabile: le scuole sono diverse, gli accenti inconfondibili, l’aspetto fisico segnato da quello che si mangia e che si è mangiato nei secoli. Contrasti che a livello nazionale sono distribuiti in maniera più uniforme – un sudest ricco e produttivo, un nord deindustrializzato e depresso – e ai quali nessuno prestava un’attenzione urgente fino a quando due eventi hanno portato il tema della povertà e delle disuguaglianze nel Regno Unito in cima all’agenda politica: il referendum sulla Brexit il 23 giugno 2016 e l’incendio della Grenfell Tower poco meno di un anno dopo, il 14 giugno 2017. In entrambi i casi le contraddizioni di un paese in cui ci sono 14 milioni di poveri, ossia una persona su cinque, sono venute a galla in maniera drammatica.
Perché tre milioni di europei si sono trasferiti nel paese se ci sono centinaia di migliaia di famiglie britanniche in cui nessuno ha mai lavorato? E com’è possibile che in mezzo alla ricchezza iperurania di Kensington un palazzone sia andato a fuoco in pochi minuti, senza nessuna misura di sicurezza, come un fantoccio di Guy Fawkes al falò del 5 novembre? Ora la carcassa nera in cui sono morte 71 persone è lì in attesa di essere smantellata e più di cento famiglie vivono ancora in albergo, con poche prospettive di trovare una sistemazione a breve in un quartiere in cui sì, i monolocali costano un milione di sterline, ma che per queste persone era anche casa. L’istinto di mantenere il valore di mercato della preziosa terra di Notting Hill si è scontrato con l’obbligo morale di aiutare le famiglie colpite dall’incendio, scatenato probabilmente da un vecchio frigorifero difettoso, e di tentare di rimarginare una delle molte ferite di un paese che ha dimostrato in più modi di non voler rinviare in eterno il problema legato alle disuguaglianze che, seppur ridotte da una crisi che ha colpito soprattutto la classe media, restano oceaniche.
Eppure in passato la politica britannica ha saputo pensare alla povertà meglio di chiunque altro. “Nel 1942 un funzionario pubblico piuttosto eccentrico, William Beveridge, ha messo a punto il programma del Welfare State, mettendo in evidenza cinque mali – miseria, malattia, squallore, ignoranza e inattività – da contrastare con una serie di misure”, spiega Stephen Armstrong, giornalista e autore di The New Poverty, un libro in cui racconta le nuove forme che la miseria sta prendendo nel paese, dalla diffusione del fai-da-te tra chi non può pagarsi il dentista al fatto che c’è gente che non può neanche permettersi il numero di telefono per ricevere le chiamate dell’ufficio di collocamento, condizione obbligatoria per ottenere i sussidi di disoccupazione. Sono le storie che racconta Ken Loach nei suoi film e sono le storie che hanno portato il seguito di Jeremy Corbyn ad esplodere nel giro di pochi mesi fino a farlo diventare leader del Labour nel 2015, anche se storicamente nell’affrontare il problema della povertà i britannici hanno avuto in mente un altro obiettivo. “Beveridge non era un socialista, la sua idea era che con un buon welfare gli imprenditori potessero scommettere di più, investire senza preoccuparsi delle conseguenze, e lui ha agito pensando a loro”, prosegue Armstrong, che ricorda come l’economia britannica sia cresciuta fino al 1973, “vetta della spinta ugualitaria”.
Il risultato degli anni thatcheriani è stata una società più spaccata e individualista di prima, in cui la parte imprenditoriale ha raggiunto vette straordinarie, mentre i poveri sono aumentati.
Negli anni successivi, soprattutto sotto Margaret Thatcher, il ruolo della povertà è cambiato: “sono stati attivamente creati dei gruppi di persone dipendenti dai benefits”, anche per “spaventare i lavoratori sindacalizzati” contro cui l’ex primo ministro ha condotto una battaglia senza quartiere, abbandonando “l’obiettivo della piena occupazione” che esisteva, ed era stato pressoché realizzato, fino qualche anno prima. Il risultato degli anni thatcheriani è stata una società più spaccata e individualista di prima, un Regno Unito a due velocità in cui la parte imprenditoriale, incarnata soprattutto dalla capitale Londra, ha raggiunto vette straordinarie, consentendo anche una forte mobilità sociale, mentre i poveri sono rimasti indietro, sono aumentati e hanno visto unirsi ai loro ranghi anche molti immigrati. “Quando Beveridge stava scrivendo, lo stato naturale era avere un lavoro”, prosegue Armstrong, che sottolinea come oggi buona parte dei poveri un lavoro ce l’abbiano. Solo che non basta. Nel 2015-2016 il 22% della popolazione soffre di povertà relativa: questo vuol dire che hanno un reddito pari o inferiore al 60% del reddito medio. Una condizione particolarmente delicata è quella dei bambini. Secondo l’Institute for Fiscal Studies, la povertà infantile salirà dal 15,1% del 2015-16 al 18,3% nel 2020 per il cambio nella struttura dei sussidi. “Un sistema che con Tony Blair, va detto, era migliorato”, ammette Armstrong.
Se Londra non ha vere e proprie periferie, l’Inghilterra sì, ed è nel suo Nord, ex industriale, ex operaio, che si concentra la forma più feroce di miseria, che è l’assenza di prospettive. Come nella Wigan Pier su cui George Orwell scrisse in uno dei suoi libri più famosi, La strada di Wigan Pier, del 1937, un reportage sulla condizione dei minatori nella prima parte e una puntuale riflessione sulla povertà e sulla maniera migliore per essere socialisti in un paese classista come il Regno Unito nella seconda. Per Orwell è l’industrialismo il colpevole di aver trasformato gli esseri umani in creature a cui non si riconoscono quasi tratti umani. Dei suoi affittacamere, Orwell dice che il loro modo di parlare “ti dà la sensazione che non siano persone vere, ma un tipo di fantasma che ripete in eterno lo stesso discorso senza né capo né coda”. Ma per Orwell “non è utile dire che gente come i Brookers è solamente disgustosa e cercare di toglierseli dalla testa”, poiché “esistono in centinaia di migliaia e sono i prodotti caratteristici del mondo moderno”, “di quello che l’industrialismo ha fatto per noi”. E per questo è “come un dovere vedere e annusare questi posti di tanto in tanto, in particolare di annusarli, per non dimenticare che esistono: anche se forse è meglio non soffermarsi troppo”. Orwell, di una sincerità disarmante nelle sue analisi accurate, rivela il pregiudizio che non riesce a togliersi dalla testa: “I poveri puzzano”. Garantisce che non è vero, ma ammette di continuare ad essere ossessionato dall’idea e conclude che vivere nelle catapecchie non va bene neanche per loro, per i poveri, perché “quello che ho visto sul suo volto non era la sofferenza ignorante di un animale”. Guardarli lavorare è “umiliante” perché “ti fa venire dei dubbi momentanei sul suo statuto da ‘intellettuale’ e persona superiore in generale”, perché è “solo perché i minatori si sudano l’anima che le persone superiori possono restare superiori”.
Lo scrittore sottolinea come, sebbene i poveri non abbiano fatto la rivoluzione, hanno comunque cercato di “organizzarsi e fare del loro meglio a uno standard fish-and-chips”, con l’illusoria compensazione dei beni di consumo dozzinali che iniziavano ad essere disponibili e con cui si è formata ben presto una fortissima economia della povertà. Che continua a prosperare in un paese in cui anche la regina ha investito – molto poco a dire il vero – in una società che vende divani e arredamento a rate ai poveri, nascondendo i termini usurai dell’acquisto dietro piccoli pagamenti settimanali che per chi ha poco sono l’unico modo per permettersi un divano o un letto. Salvo poi pagarlo più che da Harrod’s.
Nel suo reportage, Orwell, che doveva parlare di minatori e finisce di parlare di sistema di classe, spiega come quest’ultimo “non sia interamente spiegabile in termini di soldi”. Non è mai una scelta sicura, predire le opinioni delle persone a partire dai soldi, in Inghilterra, “bisogna sempre prendere in considerazione anche le sue tradizioni”. E questo vale anche nel tentativo di fare la rivoluzione. “Ho conosciuto molti socialisti borghesi, ho ascoltato per ore la loro tirata contro la loro classe eppure mai, neppure una volta, ne ho incontrato uno che a tavola avesse preso a comportarsi come un proletario”, osserva Orwell. “Può essere solo perché in cuor suo sente che le maniere proletarie sono disgustose” e continua a seguire quello che gli era stato insegnato da piccolo, ossia “odiare, temere e disprezzare la classe lavoratrice”. Disprezzo, odori sgradevoli, ripugnanza: l’autore di 1984 non brillerà per correttezza politica, ma non si può accusare di ipocrisia.
Se Londra non ha vere e proprie periferie, l’Inghilterra sì, ed è nel suo Nord, ex industriale, ex operaio, che si concentra la forma più feroce di miseria, che è l’assenza di prospettive.
“Non è colpa dei disoccupati essere disoccupati, non vuol dire essere degli scrocconi”, prosegue Stephen Armstrong, ribadendo un fatto che continua ad essere oggetto di attenzione morbosa. Davanti a programmi televisivi come ‘Benefits Street’, ‘Benefit Britain’, ‘On Benefits and Proud’, ‘The Big Benefits Row’, a un certo punto, nel 2015, qualcuno aveva iniziato a parlare di “pornografia della povertà” e con qualche ragione. Qualche anno fa in un bel libro intitolato Chavs, letteralmente ‘Cafoni’, il giovane intellettuale Owen Jones, vicino al leader laburista Corbyn, faceva presente che la povertà è l’unico tema su cui le ali protettive del politicamente corretto non si sono allungate. La società ha imparato ad essere rispettosa di tante cose – religioni, diversità, etnia – ma non nei confronti di chi non riesce ad incarnare le aspirazioni di un popolo e a soddisfare la componente moralista che esiste fin dai tempi di Elisabetta I, quando nel 1601 la povertà entrò per la prima volta nell’orbita legislativa, seppur con una distinzione tra i poveri meritevoli e quelli immeritevoli dura a morire. E alimentata da figure semi-mitologiche come quello delle madri single che vivono di sussidi e hanno moltissimi figli. Un problema, certo. Peccato che, come ha scoperto la brillante giornalista Rossalyn Warren, la maggior parte degli articoli sul fenomeno parlino di una sola donna: tale Marie, che ha otto figli e un agente molto attivo che riesce a piazzare molte storie su di lei.
Rossalyn Warren è un’eccezione nel panorama dei media britannici. Nata in una casa popolare da madre single, non ha la formazione tipica del giornalista figlio della middle class cittadina, in grado di affrontare il percorso lungo e, almeno inizialmente, poco remunerativo di una carriera nei grandi giornali che infatti, fino a poco tempo fa, erano incapaci di raccontare in modo convincente una realtà che non avevano gli strumenti per capire. Non c’è immedesimazione possibile, non c’è comprensione, e alla fine quello che resta è solo ignoranza e incomprensione, che può diventare compassione distante oppure, in certi casi, anche sdegno. In un paese in cui la povertà ha rapidamente perso il legame con l’analfabetismo e ne ha stretto uno profondo e indissolubile con la stampa scandalistica, l’informazione ha preso una piega di difficile comprensione per un osservatore continentale. Più che fake news, quotidiani come The Sun, The Mirror o The Express tendono a dare una versione esagerata, fuorviante e poco plausibile della realtà, da sempre, bacchettando i troppo ricchi, esponendo al ludibrio i troppo poveri, cercando di tenere sempre alto il senso di indignazione della popolazione e la consapevolezza del proprio ruolo nel mondo.
Nella tragedia della Grenfell Tower c’era un elemento che gli inglesi non si aspettavano: due giovani, splendidi, fiduciosi e col futuro davanti, Gloria e Marco. Due fuoricasta, come spesso sono gli italiani nel Regno Unito, e soprattutto, con enorme sgomento dei tabloid, due laureati. Di tutto quello che si poteva dire della coppia di veneti, la stampa inglese ha continuato a ripetere all’infinito il fatto che fossero architetti, mettendo i loro volti sulle prime pagine ad illustrare un aspetto inatteso della tragedia. Per i tre milioni di cittadini europei che ora, in tempo di Brexit, temono di perdere quello che hanno costruito nel paese, il Regno Unito ha un volto diverso rispetto a quello che appare ai meno fortunati. L’immigrazione europea ha messo in crisi il paese per varie ragioni, la prima delle quali è che la concorrenza polacca ed est-europea è andata a colpire una classe lavoratrice che, soprattutto nel settore delle costruzioni, ha smesso di fornire una manodopera appetibile, sia per i costi sia per l’accuratezza e la preparazione. Tanto che nei fondi per la Brexit il governo ha accantonato alcuni milioni di sterline per formare muratori britannici e restituire al mercato del lavoro delle energie lasciate consapevolmente in disparte per anni: perché spendere in istruzione quando si possono importare talenti?
In un paese in cui la povertà ha rapidamente perso il legame con l’analfabetismo e ne ha stretto uno profondo e indissolubile con la stampa scandalistica, l’informazione ha preso una piega di difficile comprensione.
Aver sottovalutato lo scontento che col tempo si è accumulato nelle comunità che hanno dovuto confrontarsi di più con un’immigrazione che, seppur benefica per il paese, ne ha messo in crisi la già fragile identità è una delle ragioni che hanno portato inesorabilmente alla Brexit secondo David Goodhart, autore dell’influente The Road to Somewhere, libro che si iscrive nello Zeitgeist corrente di voler creare un paese più chiuso, parrocchiale e compassionevole, dimenticando che il Regno Unito ha sempre prosperato grazie alla sua apertura. A destra la tendenza è incarnata, in maniera invero assai traballante, da Theresa May e dal suo ‘conservatorismo sociale’, mentre a sinistra il successo di Corbyn può essere letto con la stessa lente. Come se un vecchio politico degli anni Ottanta fosse stato richiamato a risolvere una questione rimasta sospesa dall’epoca: le disuguaglianze, rimaste intatte nonostante la crescita vertiginosa degli ultimi tre decenni.
La progressiva erosione dello stato sociale di Beveridge, le cui vestigia sembrano comunque generose rispetto a quanto avviene in altri paesi, è stata compensata da una fioritura di organizzazioni caritatevoli e non governative, che negli anni hanno cercato di riempire le falle di un sistema irriducibilmente aspirational, basato sulle aspirazioni, in cui la famiglia e la Chiesa hanno smesso di svolgere il loro ruolo storico. Nella tragica mattina di Notting Hill, quando le fiamme ancora lambivano la torre di Grenfell, i britannici ricchi hanno fatto quello che sanno fare meglio da secoli: la beneficenza. La macchina organizzativa è partita subito, quando la politica ancora tentennava, e nei loro racconti i sopravvissuti, anche a distanza di mesi, continuano a ringraziare commossi gli sforzi personali compiuti dagli individui, restando ostili verso le risposte ufficiali e le promesse mai mantenute. Che il balsamo della carità possa davvero aiutare a colmare le differenze o a permettere di riavviare una mobilità sociale che sembra essersi arrestata è tutto da vedere. Nel frattempo il settore delle charity resta florido.
Non è tempo per sognare, in questa Britannia in rotta con l’Europa, sfiancata da anni di austerità e da un dibattito politico più tribale che mai. Film come Full Monty o Billy Elliot, con i loro protagonisti fieramente working class, sembrano cose del passato in un momento in cui anche le modelle sono aristocratiche e gli eroi della classe operaia sono soppiantati da quelli, altrettanto significativi, provenienti da minoranze etniche. La rivoluzione non è cosa adatta a quest’isola dove l’ultima ribellione è stata quella deiriots del 2011, un’orgia di disincanto in cui la rivendicazione di diritti – tutto era nato dall’uccisione del ventinovenne Mark Duggan, armato, con un colpo nel petto da parte della polizia – era stata molto rapidamente sostituita dal saccheggio e dall’appropriazione dei beni. Era estate, e quell’anno erano stati tagliati i fondi ai centri che tolgono i ragazzi dalle strade nel pomeriggio e li tengono impegnati. La rivolta ha fatto danni enormi, ma nessuno si è avvicinato al Parlamento o ha cercato di cambiare il sistema. Tutti sono andati dritti verso i negozi, ad appropriarsi di simboli di benessere impossibili da ottenere altrimenti. O così si crede.

 

Cristina Marconi  –  giornalista freelance, a Londra da sette anni, scrive per Il Messaggero e Il Foglio di politica britannica e di cultura. Laureata in filosofia alla Normale di Pisa, dopo anni a Bruxelles ha pubblicato un libro sulla stampa e l’Unione europea, Reporting the Eu, con John Lloyd.

Redazione Ge9si

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