15 gennaio 2018 1 Comment I nostri articoli

I settori produttivi in Liguria e a Genova – di Giovanni Facco, direttore de “Di Venerdì”

 

Nel numero precedente della new letter si era fatto un punto  sull’andamento dell’occupazione  nella Regione ; sinteticamente  l’ Istat con riferimento al 1°  semestre  2017 in sintesi dice . “…nel primo semestre del 2017 in Liguria la diminuzione degli occupati è proseguita (-1,8 per cento), riducendo il numero di lavoratori al di sotto delle 600.000 unità; nello stesso periodo sia il Nord Ovest, sia l’Italia hanno conseguito un incremento dello 0,8 per cento. Data la sostanziale invarianza, …., dell’occupazione dipendente, la situazione del mercato del lavoro è stata determinata dall’evoluzione dei lavoratori autonomi, che hanno registrato una significativa riduzione…. accompagnata  da una  contrazione della componente femminile, diminuita  di un 4 per cento”.

Domanda: perché  non cresce l’occupazione?  Ma anche  chi crea il lavoro.? Se notate bene i media, i politici, i giornalisti  quando parlano di lavoro  sviluppano solo la componente  relativa all’offerta, cioè a chi lavora o chi cerca lavoro con particolare attenzione agli  gli aspetti contrattuali , agli incentivi, ai titoli di studio,  alla precarietà  e altri aspetti. Aspetti questi senz’altro   importanti  ; ma  quasi tutti dimenticano di affrontare  l’altra faccia della medaglia: cioè  chi crea lavoro e piaccia o no  il lavoro lo creano gli imprenditori , compreso l’imprenditore Stato.

Da oltre 20 anni  il tema del lavoro è quasi  un monopolio dei giuristi  che affrontano   la problematica occupazionale  quasi solo  dal punto di vista contrattuale –normativo;  hanno sempre affermato  che le norme sul lavoro  andavano semplificate, che il nostro sistema frenava  l’interesse delle imprese straniere  ad investire in Italia  e tante altre cose. Aspetti  questi  in parte veri  e   da affrontare, ma  andavano declinati   assieme  altri fattori  maggiormente strutturali  del  sistema produttivo ( es: dimensione delle imprese, gli investimenti, la ricerca, la tecnologia, la struttura dei prodotti, la bassa qualificazione/ skill delle risorse umane, la scolarizzazione, l’export …) insomma è mancato una visione sistemica  dei problemi  e un piano  per attuarlo. L’aspetto normativo  è relativamente facile  da affrontare  ( sono norme, leggi ) con   tempi veloci e rapidi ( aspetti questi che interessano i politici  perché sono spendibili in termini di risultati. I fattori strutturali   sono molto più complessi, richiedono molto tempo, e i risultati  sono a medio termine  forse anche poco spendibili  politicamente vista la durata  dei nostri governi .  Dal 2008   la caduta degli investimenti ha superato i 100 miliardi di euro; il sistema bancario ha concesso  credito  alle imprese  con il contagoccie e moltissime imprese hanno dovuto chiudere i battenti: Le imprese industriali e  quelle  del terziario  hanno dedicato i loro sforzi  cercando  in primis di sopravvivere.

Allora  chi crea lavoro? Il lavoro lo creano  solo le imprese pubbliche e private, la Pubblica Amministrazione, il lavoro autonomo.

Le imprese  pubbliche e private  danno lavoro a 14,5 milioni circa di persone; la Pubblica Amministrazione  da lavoro a circa 3,2 milioni ; e infine il lavoro autonomo  a circa 5,4 milioni. Questi 3 macro settori   hanno andamenti molto differenziati: il lavoro autonomo  da anni è in costante diminuzione, molte volte viene utilizzato  come   un parcheggio  transitorio in attesa di trovare un posto  di lavoro  da dipendente; e inoltre il  lavoro autonomo in Italia ha un peso  di gran lunga superiore  rispetto agli altri paesi; in futuro quindi  non è destinato a creare ma al massimo a stabilizzarsi.

La Pubblica Amministrazione   è destinata a diminuire   e a perdere qualche punto di percentuale, almeno  questa è la previsione  che viene fatta nei documenti  ufficiali    di finanza pubblica; la PA avrà nei prossimi anni un elevato ricambio di risorse  ma l’occupazione non crescerà, ma semplice si rimpiazzeranno  parte delle uscite ; la PA avrà necessità di creare efficienza attraverso profondi  processi di informatizzazione e di razionalizzazione ma complessivamente la spesa pubblica dovrà  diminuire; nei confronti con gli altri Stati  l’Italia   evidenzia  ampie sacche di inefficienza.

Rimane pertanto  il settore produttivo privato e pubblico : agricoltura, industria e terziario ( escludendo la PA)  che dal punto di vista teorico non hanno limiti alla crescita e all’espansione.

Complessivamente  il nostro paese  da lavoro a circa 23 milioni  di unità  e il tasso di occupazione è del 58% circa; l’ UE dei 28 ha un tasso di occupazione del 67%; la Germania del 74,3%; la Francia  del 65%; la Polonia del 64,5%; la Svizzera del 80%; noi siamo gli ultimi , per la precisione dopo di noi vi è solo la Turchia con un 52%, ma la Turchia va molto veloce.

Ma come è fatto il nostro sistema produttivo? il sistema produttivo italiano  è composto da 4,3 milioni di imprese, di queste il 95%  ha meno di 10 addetti; una presenza di micro imprese che non ha eguali  in altri paesi. Le microimprese  hanno assetti produttivi  quasi molecolari con una struttura organizzativa e professionale  di fatto inesistente  o  quasi artigianale:  con bassa complessità  gestionale, economica, tecnologica,  con export quasi assente; queste caratteristiche  ovviamente  determinano, condizionano  la domanda di lavoro ; è da ricordare   che a partire   dagli anni ‘70 la dimensione media delle imprese italiane  si è ridotta;poi era di moda il “ piccolo e bello “ ; abbiamo quindi  un sistema produttivo molto fragile,  che non può permettersi  eccessivi costi per strutturare una rete commerciale per l’export,  per  il ricambio dei macchinari, per aumentare la qualità del prodotto e della  produttività ; non si può permettere  l’assunzione di un ingegnere, di un economista….

Inoltre la presenza   di pochi grandi gruppi industriali , grandi aziende (  le imprese con + di 1000 addetti sono circa 600 ); le imprese  tra  250-1000 addetti sono  2.850) ha favorito un impoverimento  gestionale-organizzativo   del tessuto produttivo   territoriale; minor dimensione  riduce la complessità  che  necessariamente ricade  anche  sulla struttura  professionale dell’occupazione, oltre sulle quantità occupazionali. In sintesi  questi sono i problemi  del sistema industriale, che verranno più analiticamente approfonditi da  DiVenerdi  nel seminario previsto il 26 gennaio 2018.

Si conclude questa nota   con  alcuni dati   sul  sistema produttivo di Genova e un confronto con alcune citta metropolitane del Nord.

La manifattura genovese ( dati 2014 istat ) con 4.121 imprese ( 6,2%) e 31.000 occupati  ( 12,8%)  è di fatto un settore ormai marginale.

il settore industriale nel suo complesso  (  manifattura, costruzioni, fornitura energia elettrica, reti ,ambiente  gas, acqua…) rappresenta il 19% delle imprese e il 22,7% dell’occupazione. Basti ricordare che nel 1951  gli occupati erano  127.000 ( il 52,7%  degli occupati); Genova allora  aveva occupazione complessiva molto vicino all’attuale ( 239.000 unità). Il tessuto produttivo genovese ha quindi  subito un radicale, profondo,  e irreversibile cambiamento. Anche  la struttura occupazionale  per tipologia  professionale   ha subito negli anni   un significativo cambiamento in peggio. Genova è la città  che  ha ridotto  la % dell’occupazione  ad alta  professionalità  in modo significativo, mentre le altre città  invece hanno  incrementato  questo tipo di occupazione sia nel settore manifatturiero che in quello del terziario.

 

 

Genova con  4.121 imprese   rappresenta l’1%  del totale imprese manifatturiere nazionali  contro  il 3,6% di Torino; il 5,4% di Milano; 1,9% di Bologna.  Sono considerate dall’ Istat imprese ad alta tecnologia ( o high-tech)  quelle appartenenti   a determinate categorie definite  da  codici ATECO che si vedranno in seguito.

Genova ha 423 imprese high-tech, cioè lo 0,9% sul livello nazionale ;  contro  Torino   con 5,3%; Milano con 9,8%; Bologna con un 3,9%; l’Italia con 46.109 imprese  ha un 11,6% sul totale imprese manifatturiere. Se il confronto  avviene  sul totale manifatturiero cittadino   , Genova  ha  un 10,6% di imprese  high-tech, mentre  Torino ne ha il  16,9%; Milano un 21,2%; Bologna 23,4% e  a livello nazionale il rapporto  è del 11,6%.

 

 

 

Come si vede  negli anni  il ridimensionamento  della struttura industriale , comprensiva anche di quella pubblica, ha inciso pesantemente  sulla struttura occupazionale in termini qualitativi oltre che quantitativi. Le altre città però sono cresciute! Ma la manifattura , pur in questo ridimensionamento, è ancora il settore produttivo  che,  nei confronti di altri settori di attività ( es il terziario),   assorbe % più alte  di risorse qualificate con titolo di studio  terziario.  E’ evidente che la struttura delle imprese condiziona  pesantemente il mercato del lavoro sia  per i volumi  di risorse da assumere che la qualità  delle Skill:   i dati INPS  confermano  che oltre il 70% degli avviati  al lavoro a Genova  ( circa 10.000 unità anno )  hanno  una medio-bassa qualificazione e a bassa scolarità

 

 

 

 

Ancora sulle imprese: a  Genova il 98,4 % delle imprese manifatturiere  si colloca   nella classe  0-49 add;  in questa classe le imprese hi-tech sono solo il 9,7%, contro quasi il doppio presente  nelle altre città di riferimento.

Le imprese a Genova nella classe 50 add e oltre  sono 66  cioè   l’ 1,6% e  di queste 28 sono considerate hi-tech; le altre città  citate  hanno  valori e percentuali  superiori.

Genova  con un 10,3%  di imprese higt-tech  è sotto la media nazionale ( 11,6%);

 

Genova con  30.984 occupati    rappresenta l’0,8%  del totale occupazione del settore manifatturiero nazionale; contro  il  5,9% di Torino; il 8,1%  di Milano; il 2,7%  di Bologna. In particolare gli occupati  nell’high-tech sono a  Genova l’1% del totale occupati  in imprese high-tech  Italia  ( Italia 1.109.584), contro l’  11,1% di Torino; l’  11,5% di Milano ; il  4,1% di Bologna. Se il confronto  avviene a livello di città a Genova il 36% sono occupati presso aziende high-tech,  contro un 57,2% di Torino; un 43,1% di Milano ; un 46,2% di Bologna e un 30,4%  di livello nazionale.  I dati sono dell’Istat e si riferiscono al 2015.Questi dati rappresentano una drammatica verità della situazione genovese  sul tema industriale ed è veramente difficile credere  ai venditori di fumo  che da 30 anni scommettono  a parole  su Genova capitale dell’High-Tech. La caduta complessiva e perdurante nel tempo  del settore produttivo  ( industriale e dei servizi ) sta collassando  anche pezzi importantissimi delle istituzioni   cittadine, una per tutte l’Università .

 

 

 

A Genova gli occupati in imprese  high-tech nella classe dimensionale  0-49 Add sono 3.385,  mediamente 10 punti in meno rispetto alle città evidenziate ; gli  occupati in  imprese high-tech   nella classe  oltre  50 Add e oltre  sono 7.755  il 61%,  le imprese  con oltre 250 add  sono 12 di queste 5  sono considerate  High-Tech .A Torino nella  stessa  classe dimensionale  sono occupati oltre il 73%. I principali settori classificati HT sono : farmaceutica, industria di prodotti chimici, fabbricazione  prodotti elettronici,  fabbricazione  apparecchiature elettriche e di macchinari  e qualche altro.

Come più volte evidenziato   l’high-tech  si declina  con la classe dimensionale  dell’impresa; la propensione all’innovazione risulta più elevata nelle imprese più grandi e nelle produzioni ad alta intensità di capitale, a contenuto tecnologico più elevato o caratterizzate da un maggior grado di sofisticazione del prodotto.

I settori  ad alta intensità di conoscenze ( KIS) del Terziario.

 

Il primo settore per importanza è  il Terziario. ( dati relativi  alle  imprese  attive 2014 fonte Istat) con 53.702 imprese e 187.182 occupati  è il settore produttivo   maggioritario a Genova

Istat   dal punto di vista classificatorio   articola   il terziario  in attività  ad alta intensità di conoscenze (  Knowledge   intensive services-KIS)   e in  attività a bassa intensità delle conoscenza (less Knowledge intensive service LKIS). Le prime a loro volta hanno  una sotto-articolazione   ( High-tech KIS ); quest’ultime   a Genova sono rappresentate da   1.471 imprese  su 53.702, il  2,7%  del totale terziario;  a Torino  da 11.500 imprese  l’8,6%; a Milano  da 12.000  imprese il   4,8%; a Bologna da  2.579 imprese  il   3,6%. Sotto questo profilo  la posizione di Genova  è alquanto  modesta ( appartengono a questa sotto articolazione: attività di produzione cinematografica 59, attività di programmazione e trasmissione 60, telecomunicazione 61, le attività di  produzione di software, attività di  consulenza nel settore delle tecnologie informatiche 62, attività di servizi di informazione 63, la ricerca e sviluppo 72,  fonte istat).

 

Mentre  attività terziarie ad alta intensità di conoscenze (  Knowledge   intensive services -KIS)  complessivamente sono: a Genova, 12.635 imprese  su 53.702,  il    23,5% ; a Torino  sono 31.425, il 23,5%; a Milano  sono 77.784, il 30,8%; a Bologna  sono 19.074, il 27,1%.

La crescita delle attività terziarie  ad alta intensità di conoscenze  è anche il risultato delle modifiche  organizzative avvenute negli ultimi 30 anni  nei processi produttivi  aziendali ( la filiera produttiva, come si è visto,  si è accorciata  con  le   esternalizzazioni,  decentramenti produttivi , outsourcing; dalla verticalizzazione alla frammentazione  della filiera; si acquistano dal  mercato i servizi   che precedentemente  venivano prodotti all’interno dell’impresa, soprattutto se  grande).

 

 

Come altre volte evidenziato l’high-tech-alta intensità di conoscenze  si rapporta   con la classe dimensionale  dell’impresa; la propensione all’innovazione risulta più elevata nelle imprese più grandi e nelle produzioni ad alta intensità di capitale, a contenuto tecnologico più elevato o caratterizzate da un maggior grado di sofisticazione del servizio. Genova, rispetto alle altre città, in particolare Torino e Milano, ha una struttura di impresa  anche nei servizi  del terziario avanzato  prevalentemente micro e piccole.

 

Tra le attività del terziario avanzato  si evidenziano quelle che maggiormente forniscono-garantiscono  servizi alle imprese in termini di occupazione ; a Genova  tali servizi  pesano il  12,1%;   a Milano  quasi il 20%; a Roma il 16,8%;  a Torino  il 15,1%.

 

. Genova ha anticipato le altre città  di qualche decennio nei fattori più significativi: è diventata terziaria ( ma il suo terziario  è prevalentemente  di bassa qualità ); la manifattura   è un po’un  fantasma  se confrontata  rispetto ai tempi del  triangolo industriale; aveva imprese internazionali  di altissimo profilo , con complessità organizzative  e una forza lavoro occupata  ad alta scolarità; il sistema economico produttivo si è  di molto impoverito,  con scarsa attrattività in termini di investimenti e di risorse di qualità.

 

Quale possibile conclusione? In questo contesto ci è rimasto un patrimonio di 13.000 imprese  ( manifattura e terziario)  il 22,6% del totale imprese attive  che  occupano 37.000 risorse di qualità  con il 17,1% degli occupati, patrimonio da valorizzare; patrimonio che non richiede  consuma di  territorio, ( sono prevalemtemente uffici,  con modalità gestionali meno rigide   che consentono flessibilità gestionali e organizzative come il   smartworking)… che  non  richiede  strutture di uffici  particolari, perchè può convivere, qualificandola,  con il centro  della città come ha fatto  30-40 anni fa con numeri infinitamente più alti ( Italimpianti, Direzione Generale Italsider, Mira Lanza,  Shell,Eni, Saiwa, assicurazioni, banche, Rina, Apollonia…)

Le imprese ad alta tecnologia o ad alta conoscenza , in quanto produttrici di beni e fornitori di servizi con un contenuto tecnologico molto prossimo alla frontiera dell’  innovazione, rappresentano i soggetti economici  che meglio esprimono la capacità innovativa di  questo  territorio. I’innovazione è il risultato di un processo interattivo che coinvolge più soggetti, imprese, università, centri di ricerca, soggetti pubblici e finanziari; la loro forza è  fare  sistema. Il sistema produttivo genovese  è ormai ai limiti  e  se crolla  ancora un pò non ci può essere futuro.

Redazione Ge9si

1 Comments

Sergio Ernesto La Porta16 gennaio 2018 at 16:28

Le analisi sono certamente importanti ma se NON portano a proposte concrete sono solo spreco di tempo ed energia.
Sergio La Porta.

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