27 Gennaio 2021 I nostri articoli

L’OCCUPAZIONE NELLE GRANDI CITTÀ DURANTE LA SECONDA ONDATA DI COVID

 

Il quadro di insieme. – Nel 2020 il numero dei contratti di lavoro cessati nel settore privato
non agricolo ha di poco superato quello dei contratti attivati (42.000 unità); il saldo era stato di
segno opposto nel 2019, quando erano stati creati quasi 300.000 posti di lavoro (fig. 1.a e tav. 1 in
Appendice; cfr. Nota metodologica). Tale andamento è il risultato di un calo delle assunzioni e delle
cessazioni (le prime, pari a 4,78 milioni, sono diminuite di circa 1,9 milioni, le seconde di oltre 1,5).
L’evoluzione dei flussi è stata fortemente condizionata dalla pandemia: nei mesi di gennaio e febbraio
del 2020 la creazione di posti di lavoro era sugli stessi livelli del 2019. Con l’emergere dei primi contagi
da Covid-19 alla fine di febbraio, il mercato del lavoro ha subito invece un rapido deterioramento e il
saldo tra attivazioni e cessazioni è diventato negativo: a metà giugno era di 595.000 unità inferiore a
quello registrato nello stesso periodo dell’anno precedente. Tra la fine di giugno e ottobre tale divario
si è ridotto sensibilmente, con la creazione di circa 285.000 posti di lavoro in più rispetto al 2019.
Il recupero si è però interrotto in novembre, in concomitanza con il nuovo aumento dei contagi e con
l’adozione delle necessarie misure restrittive. L’effetto di questa seconda ondata sul mercato del lavoro
è stato comunque molto più contenuto di quello della prima, con un saldo tra attivazioni e cessazioni
più basso di circa 25.000 unità nel bimestre novembre-dicembre rispetto allo stesso periodo del 2019.

 

L’andamento delle diverse tipologie contrattuali. – I contratti di lavoro a tempo determinato
hanno assorbito gran parte della contrazione della domanda di lavoro durante la prima fase
dell’emergenza sanitaria, per poi alimentare la ripresa occupazionale nei mesi estivi e azzerare,
alla fine di novembre, il divario rispetto al 2019. Questo è poi tornato ad ampliarsi nell’ultimo
mese dell’anno (fig. 1.b): alla fine di dicembre il saldo era negativo per circa 250.000 unità,
157.000 posizioni perse in più rispetto all’anno precedente.
Le attivazioni di contratti a tempo indeterminato sono state quasi sempre inferiori rispetto all’anno
prima (fig. 2.a); da marzo i flussi netti sono stati sostenuti dal calo delle cessazioni, dovuto sia al
blocco dei licenziamenti sia al minor numero di lavoratori che hanno scelto di dimettersi, anche
per le ridotte possibilità di cambiare impiego (fig. 2.b). Le stabilizzazioni di contratti temporanei
sono state quasi 427.000 di cui circa 80.000 in dicembre, verosimilmente per effetto degli sgravi
contributivi in scadenza introdotti dal decreto “agosto” (DL 104/2020). Il flusso complessivo di
nuove posizioni di lavoro permanente alla fine del 2020 è stato positivo e pari a 260.000 (circa
nuovi 90.000 contratti in meno rispetto a quelli creati nel 2019).

Gli andamenti territoriali. – Nel 2020 la perdita occupazionale si è concentrata nelle regioni
del Nord: in particolare Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e le province autonome di Trento
e Bolzano hanno registrato circa 200.000 attivazioni nette in meno rispetto all’anno precedente,
contribuendo per quasi due terzi ai minori flussi rilevati a livello nazionale (tav. 2 in Appendice). Il
fenomeno riflette la distribuzione dell’occupazione (nel 2019 in queste aree è stata creata oltre la
metà delle posizioni lavorative registrate sul territorio nazionale), gli andamenti dei diversi settori
economici e l’impatto dei provvedimenti adottati nel corso dell’anno per fare fronte alla pandemia.
Anche a livello provinciale si evidenziano rilevanti eterogeneità. Nei primi mesi dell’emergenza
sanitaria, a fronte della generale sospensione di molte attività produttive, tutte le province hanno
segnato una riduzione marcata delle attivazioni nette rispetto all’anno precedente. La diversa entità
del calo è rappresentata dalle sfumature del tono arancione/rosso nella fig. 3.a (ad una intensità
maggiore del colore corrisponde una flessione maggiore). Nei mesi estivi quasi tutte le aree del
Paese hanno registrato un generale recupero dell’occupazione (segnalato dall’intensità del colore
verde nella fig. 3.b; ad una intensità maggiore del colore corrisponde un recupero più marcato).
Infine, nei mesi autunnali, la ripresa ha mostrato segnali di rallentamento più evidenti in alcune
aree, soprattutto nel Nord e intorno ai maggiori centri metropolitani (cfr. il riquadro: L’occupazione
nelle grandi città durante la seconda ondata), mentre è proseguita in gran parte del Centro Sud. Il bilancio complessivo dell’anno, riportato nella fig. 3.c, indica che nel Mezzogiorno molte province
hanno registrato un numero di attivazioni nette cumulate lievemente superiore a quello del 2019.
Il miglioramento è stato alimentato soprattutto dai contratti a tempo indeterminato la cui durata,
tradizionalmente più breve nel Mezzogiorno, è stata prolungata dal blocco dei licenziamenti.

Qui per approfondire.

 

 

 

 

Redazione Ge9si

LEAVE A COMMENT

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

nove + diciannove =