22 Maggio 2021 I nostri articoli

il disagio abitativo di Stefano Salvetti

La “pandemia” ha ulteriormente accentuato il disagio abitativo di migliaia di famiglie in locazione, che perdendo capacità economica non sono più in grado di far fronte all’affitto. In analogia anche molte famiglie proprietarie non sono più in grado di far fronte alle spese condominiali ordinarie e straordinarie.
Difficoltà che già la recessione economica dal 2009 aveva acutizzato.
Questo disagio ha radici strutturali che affondano nel venire meno, dagli anni ‘80, di una politica abitativa rivolta al “vero bisogno” e da politiche di bilancio tese al taglio della spesa sociale e al drastico
ridimensionamento del sistema pubblico di welfare.
Un humus che ha ingenerato l’area del rischio e della esclusione abitativa di un’ampia fascia di popolazione impoverita a cui è precluso l’accesso al sistema abitativo offerto al libero mercato.
Esaurendosi il ciclo del dopoguerra del cosiddetto “piano Fanfani” , la ricostruzione post bellica si dispiegò con interventi dello stato, ina-casa-gescal, per ampliare il patrimonio di edilizia popolare,
l’attuazione dei piani di zona della legge 167, proseguendo nel ‘71 con la legge 865, per culminare nella legge 457/78 “ piano decennale per l‘edilizia residenziale”.
Il tutto portò a circa 1 milione e mezzo di alloggi pubblici. Ad oggi con i piani di vendita attuati, il patrimonio di ERP è di circa 700 mila alloggi.
Negli anni successivi con la soppressione della contribuzione gescal a carico dei lavoratori dipendenti e la regionalizzazione della politica ERP, la politica ha rimosso il problema del disagio abitativo, nella
convinzione che l’elevato tasso di proprietà fosse garanzia sufficiente della soddisfazione del bisogno abitativo.
Questa sovrabbondanza, che nel ciclo della bolla speculativa ha portato un surplus di circa 500 mila appartamenti di nuova costruzione invenduti, ha comportato consumo di suolo non rispondendo alla domanda abitativa volta ad alloggi a canone sostenibile e a forte risparmio energetico.
Tardiva, pure fallimentare, l’esperienza dell’housing sociale. Il maxi fondo della Cassa depositi prestiti ha realizzato poco più di 3000 alloggi a fronte del 17000 programmati.
Il target sociale di questa tipologia, fino a pochi anni fa, si rivolgeva ad una vasta area della “fascia grigia”, quella categoria di cittadini in difficoltà per acquistare un alloggio, ma troppo ricchi per
partecipare ad un bando per l’assegnazione della casa popolare.
Questa fascia di popolazione è in gran parte scivolata in quella che può trovare rifugio solo nell’ERP a canone sociale, di conseguenza incrementandone la domanda.
Attualmente le richieste di esecuzione di sfratto ammontano a circa 100 mila, la quasi totalità per morosità. Di questa si stimano almeno 8000 per la nostra regione. Con gli ultimi provvedimenti le
esecuzioni di rilascio sono sospese fino al 30 settembre 2021 per i provvedimenti adottati a partire dal 28 febbraio 2020 al 30 settembre 2020, la proroga slitta alla fine dell’anno per quelli convalidati tra il primo ottobre 2020 al 30 giugno 2021. Quelli precedenti avranno esecuzione dal 1 luglio.
Senza risorse e senza offerta di alloggi popolari, si paventa una situazione gravissima nelle città.
Per questo abbiamo richiesto l’istituzione presso le prefetture di un tavolo per governare il problema e la graduazione degli sfratti. Al tavolo devono partecipare tutti i soggetti in maniera sinergica.
A riguardo necessita una ricognizione e una unificazione di tutte le risorse da destinare agli inquilini e alla proprietà da confluire in un unico fondo, così come è stato chiesto al governo. Una cabina di regia nazionale tra i vari ministeri interessati allo scopo di monitorare i tavoli prefettizi.
Così come abbiamo avanzato la necessità di una politica strutturale, partendo da una legge quadro di riforma e investimenti nel campo dell’edilizia residenziale pubblica sociale, l’istituzione dell’atteso
“osservatorio nazionale della condizione abitativa”. Già previsto con il DL 112/98 e la legge 431/98.
Nel PNRR appena approvato, all’interno dei due capitoli “Infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo
settore” e “Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici”, è stato messo un plafond di 35 mld. Di questi, 2,8 mld per le politiche di housing sociale e non è comprensibile l’ammontare specifico per
l’edilizia residenziale pubblica a canone sociale. A questi finanziamenti si aggiunge il piano Pinqua 2020, oltre il recupero di 853 milioni di residui. Si fa presente che nel piano elaborato del precedente governo “Safe, green and social” per l’edilizia residenziale pubblica erano stati vincolati 2 mld.
Per quanto riguarda la nostra regione per il piano Pinqua è stato richiesto un finanziamento di 164,357 milioni per complessivi 11 progetti, di cui 3 presentati dalla Regione, 3 dalla Città Metropolitana e 5 dal Comune.
Si auspica che in questi progetti alberghi l’inserimento di nuovi alloggi per l’ERP, considerando che in regione abbiamo circa 21 mila alloggi di ERP e 10500 per quanto riguarda Genova. Oltre alla necessità di riqualificare il patrimonio ERP costruito nel dopoguerra.
Vi è molta più attenzione per fare accedere alla proprietà con provvedimenti in favore dei giovani, senza tener conto che il lavoro oggi è precario, con spostamenti in altre città se non in altre nazioni, la difficoltà in caso di spostamenti a vendere l’appartamento, rispetto alla minore attenzione invece alla politica rivolta alla locazione in particolar modo per quanto riguarda l’edilizia ERP.

Redazione Ge9si

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