9 Gennaio 2018 I nostri articoli

Le autonomie Portuali – di Arcangelo Merella

Pubblicato su Repubblica il 7/12/2017    

Anche il prof. Munari, tornando sul tema delle autonomie portuali, cede alla tentazione equivoca di confondere-dal mio punto di vista- l’autonomia finanziaria dei porti con la possibilità di destinare parte dei proventi, da essi generati, alla propria comunità locale.
D’altronde il tema è stato trattato così anche da chi è intervenuto, di recente, nella discussione e pare riproporsi nel corso di un annunciato convegno che si terrà la prossima settimana presso la Camera di Commercio di La Spezia alla presenza di autorevoli esponenti tra cui l’Assessore Regionale ai porti Edoardo Rixi e il Vice ministro alle infrastrutture Riccardo Nencini.
L’eccesso di autonomia finanziaria mal si concilia- e qui dice bene il prof. Munari- con l’esigenza di una regia nazionale utile a programmare investimenti sulla base del posizionamento strategico dei diversi scali nell’ottica di una politica nazionale a sua volta a pieno inserita nelle scelte strategiche dell’Unione Europea.
L’assenza di programmazione e il finanziamento a pioggia, spesso per accontentare appetiti locali, ha determinato la perdita di competitività del sistema logistico italiano allontanandolo sempre di più dalle performance dei porti del Nord.
Da qualche anno, grazie anche alla politica comunitaria e ad una nuova visione del Ministero delle Infrastrutture, le cose stanno cambiando e diventa perciò inevitabile ragionare in termini di sistema, di corridoi transnazionali, di nodi intermodali e di regioni logistiche.
Ciò determina l’incompatibilità del sistema previgente con l’attuale necessità di fare scelte misurate in funzione dell’interesse collettivo e non più particolare.
In tal modo sarà anche meno difficile fare fronte alle sfide del settore sempre più caratterizzate dall’aggregazione tra player mondiali che, quando si muovono sulla scacchiera globale, puntano alla convenienza, all’efficienza, alle opportunità di crescita del proprio business. O sei pronto o sei fuori per sempre.
Dunque è utile che lo Stato non perda di vista un settore vitale per la sua economia, guidandone lo sviluppo, finanziando generosamente le opere che servono- rigorosamente determinate- ma non è giusto che, laddove le cose funzionano, i benefici non ricadano anche sulla comunità locale che ospita il porto.
Andiamo con ordine: le nuove Autorità di Sistema Portuale hanno, a mio avviso, ragioni da vendere quando rivendicano una maggiore autonomia che potrebbe consentire loro di agire con la scioltezza e la velocità che il mercato richiede. E’ un autonomia “civilistica” che riguarda il profilo giuridico dell’Autorità di Sistema più che un’autonomia finanziaria, oggettivamente difficile da ottenere in questo contesto e forse pericolosamente prodomica alla privatizzazione, tout court, dei porti.
La nuova legge, voluta dal pur bravo ministro Del Rio, risolve qualche problema ma si caratterizza ancora per un eccesso di rinnovato centralismo statale.
Ora, se è pur vero – come giustamente sottolinea il prof. Munari- che è fondamentale per la Nazione darsi una visione complessiva e fare scelte ragionevoli e oculate nel definire priorità e strategie per l’economia portuale, è altrettanto vero che il rinnovato centralismo è maturato in un contesto euforico e illusorio di una riforma costituzionale destinata, nell’intenzione dei proponenti, a ridurre significativamente le autonomie regionali a tutto vantaggio di una maggiore presenza del governo centrale.
L’esito del referendum ha rilanciato, invece, la vocazione delle Regioni a curare con maggiore autonomia anche alcuni processi economici che avvengono all’interno dei loro territori. Ma non è nemmeno questo il punto, posto che, come già rimarcato, pensare ai porti senza pensare paese, rischia di perpetuare una politica dissennata di dispersione di risorse e perdita di competitività del nostro sistema logistico-portuale.
Diverso è invece, sempre a parer mio, ignorare che i porti, in tanti casi, e quelli liguri lo sono tutti, sono intimamente legati, anche fisicamente, alla propria città e ogni scelta della città condiziona lo sviluppo del porto e ogni scelta del porto rischia, talvolta, di compromettere la città quanto meno sotto il profilo della qualità ambientale e urbanistica.
Dunque è indispensabile che porto e città si parlino, è indispensabile che il sindaco eletto dai cittadini, risponda alle esigenze di sviluppo dell’economia portuale senza trascurare l’impatto – al netto dei benefici economici e occupazionali- che esso può avere sulla sua comunità. E’ indispensabile che il Sindaco (o un suo rappresentante) sieda con autorevolezza nel board dell’Autorità di Sistema portuale, non come comparsa, ma con la forza e l’autorevolezza che il ruolo di amministratore pubblico e primo cittadino gli conferisce.
Non si possono pretendere da un sindaco i risultati se egli non è messo in condizione di tutelare adeguatamente gli interessi della cittadinanza che amministra. Ne’ un sindaco può aiutare il suo porto a crescere se non è partecipe delle sue scelte strategiche.
Il correttivo alle legge 169 (a sua volta di parziale riforma della 84/94) in dirittura di arrivo al Consiglio dei Ministri contiene, sotto questo profilo, aspetti poco rassicuranti dando l’impressione di vivere con fastidio il ruolo e la presenza dei Comuni.
Una città può anche sacrificare parte di se stessa allo sviluppo del porto, nella previsione di contribuire alla creazione di maggior ricchezza, ma è inaccettabile che il Comune all’interno del quale vive il suo porto, non abbia risorse sufficienti per migliorare la qualità di vita dei suoi cittadini.
Da questa considerazione è nata la mia proposta di destinare una parte minima –l’1% dell’Iva, accise e dazi doganali, generate dai traffici e tutte destinate a Roma- che solo per la città di Genova valgono ad oggi oltre 5 miliardi di euro, alla città che ospita il porto. Se ciò avvenisse vorrebbe dire garantire un cash flow di 50 milioni di euro (a valori attuali) con i quali essa può far fronte a investimenti strategici volti a migliorare qualità urbana e ambientale e trasformerebbe i cittadini in tifosi accaniti del proprio porto, posto che più esso “tira” più risorse vanno a beneficio della città.
Tutto questo c’entra poco e niente con la totale autonomia finanziaria e il finanziamento delle grandi opere e degli investimenti che un porto può e deve fare così come uno Stato che ha una strategia di crescita e non lesina risorse per tutto ciò che può concorrere allo sviluppo della Nazione.

Arcangelo Merella

Arcangelo Merella

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